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In italiano > I medici, i pazienti, e tutto quello che ne segue... >

FEUILLETON, 7
Medici e manipolazioni morali (seguito)
I MEDICI CHE MALTRATTANO, SETTIMO EPISODIO
Article du 30 octobre 2011

Riassunto degli episodi precedenti : un medico è una persona come tutte le altre. Certi medici, tuttavia, maltrattano i pazienti in maniera sistematica (volontariamente o no).

Non tutti i medici sono dei maltrattatori, certo che no ! Ma quei medici là, quelli che maltrattano, tradiscono l’ideale che dovrebbero incarnare, fanno del male non solo ai pazienti ma anche ai molti medici autentici, che -silenziosamente- fanno il proprio lavoro al meglio. Insomma : finiscono per compromettere anche il lavoro di professionisti rispettabili e coscienziosi.
Affinché i pazienti capiscano che il comportamento di questi medici non ha nulla di naturale, nulla di normale, nulla di professionale, è importante riuscire a riconoscerli.
Nei paesi sviluppati (ed anche in molti paesi in viadi sviluppo) i medici devono sottoposti a delle norme di condotta : leggi, regolamenti, codici deontologici ed etici.
I medici che maltrattano non rispettano, completamente, o in parte, questi codici.
A parte le situazioni di stress, non è accettabile che un medico si comporti in maniera spiacevole, brutale, autoritaria, intrusiva o insultante. Non si può assolutamente tollerare il maltrattamento sistematico (a gesti o parole). Alcuni medici possono assommare più comportamenti “maltrattanti”. Se conoscete altri archetipi di medici che maltrattano, le vostre testimonianze sono le benvenute.

Leggi gli episodi precedenti :

1. Il maltrattamento è un abuso di potere (La maltraitance est un abus de pouvoir)

2. Il medico fobico, il medico con burn-out (Médecin phobique, médecin en burn-out)

3. Medico distante, medico egocentrico (Médecin distant, médecin égocentrique)

4. Medico terrorista (Médecin terroriste)

5. Medico soffocante, medico sprezzante (Médecin étouffant, médecin méprisant)

6. Medico perverso, medico manipolatore (Médecin pervers, médecin manipulateur)

Questo articolo è la traduzione di :Médecins et manipulations morales (suite)

Dopo aver scritto il capitolo precedente, mi è sembrato che il tema delle (molte) manipolazioni messe in atto dai medici non fosse terminato. Questo si è tradotto nell’articolo seguente-

(Voglio ricordare che il pronome “il” usato per indicare il medico o il paziente non ha una connotazione di genere. Viene utilizzato per indicare indifferentemente le persone dei due generi.)

A priori nessun medico sembra malvagio. Anzi : ogni medico fa ben capire di avere una profonda conoscenza del suo lavoro e di operare per il bene del paziente e che le sue scelte sono dettate unicamente dalla scienza. Il suo senso morale e il suo rispetto per la deontologia, poi, sono garanzie della sua imparzialità.

Questa descrizione idilliaca, tuttavia, è molto lontana dalla realtà.

La manipolazione fa parte delle relazioni umane, e in qualsiasi momento della vita. Tutti noi, prima o poi, abbiamo provato a manipolare qualcuno a noi vicino, o un estraneo, per ottenere un favore o influenzarne le decisioni (...e magari ci siamo effettivamente riusciti). La manipolazione affettiva è qualcosa che impariamo molto presto (già nell’infanzia) e la sua efficacia dipende dalla maniera in cui i genitori la recepiscono o, a loro volta, la praticano. In ogni caso è qualcosa che viene esercitata nei due sensi (dal genitore al figlio e viceversa). Tutti gli esseri umani sono manipolatori per assicurarsi la sopravvivenza o avere dei privilegi. ... e il medico non sfugge a questa regola !

Lo status di medico, però, è già da sè un strumento importante, con il quale si può esercitare la manipolazione.

I motivi non mancano, in particolare :

- il medico è rispettato (e a volte temuto). Tanto il rispetto quanto il timore portano alla sottomissione.

- il medico sa delle cose che il paziente ignora e per questo motivo può influenzarlo a fare una scelta piuttosto che un’altra. Basta che decida di dargli un’informazione, oppure tenersela per sé. O, ancora, può “limitarsi”, e mantenerlo in una situazione di dipendenza.

- il medico ha delle conoscenze delle quali il paziente ha bisogno.

Il paziente, perciò, può essere portato a pensare (da solo, o “influenzato” del medico) che per beneficiare di queste conoscenze sia necessario piegarsi a desideri e decisioni del medico. Nessun paziente accetterebbe di soffrire o di soddisfare le esigenze del medico se alla fine non pensasse di ottenere un tornaconto. La manipolazione, in questo caso, consiste nel fargli credere che ciò che il medico fa per lui -e che DEVE essere una cosa “scontata” (il medico sta solamente facendo il suo lavoro !, nulla più ; N.d.T.)- sia in realtà un gesto di favore fatto dal medico nei confronti del paziente (ma questo non è affatto vero !).

I medici, poi, traggono vantaggio dalla confusione -molto pericolosa- che tutti hanno in testa (loro compresi).

I medici sono formati per essere al servizio dei cittadini. Si pensa però che a “garanzia” della loro indipendenza essi possano fare ciò che vogliono, a loro piacere e senza alcun problema. La possibilità che in Francia (e in ITALIA, N.d.T) un certo numero di medici del servizio pubblico possano fare allo stesso tempo visite “pubbliche” (caratterizzate da tempi di attesa lunghi e presenza degli studenti di medicina ma i cui costi -fissi- sono presi in carico dal Servizio Sanitario Nazionale) e visite “private” -cioè l’attività libero-professionale- (dove c’è solo il medico specialista, i tempi di attesa sono più corti, e i costi-più elevati- sono tutti a carico del paziente) non solo è fonte di conflitto di interessi ma è anche del tutto contraria al principio di uguaglianza nelle cure.
Come può una cosa del genere preservare l’“indipendenza”del medico di fronte a pressioni di vario tipo ? Mi piacerebbe me lo spiegassero. Mi sembra, piuttosto, che tutto questo dia ai medici la possibilità di esercitare impunemente un potere esagerato e del quale in Francia (ed anche in Italia) non godono né gli insegnanti (che non hanno il diritto di essere pagati due volte : sia dalla scuola pubblica che da quella privata), né i magistrati (che non hanno il diritto di essere procuratori e consulenti giuridici di un’impresa allo stesso tempo), né la polizia. Un funzionario dello stato non può essere pagato da un’impresa privata.
Se non mi sbaglio l’unica eccezione è rappresentata dai medici.
Com’è possibile che godano di un privilegio così esorbitante... se non perché il loro status (e anche l’influenza o il potere che viene loro attribuita) conferisce loro un rispetto, una stima ed una fiducia tali da permettere l’infrazione di una semplice regola di buonsenso ?

Privilegi ed impunità sono condizioni che favoriscono i comportamenti arbitrari, permettendo ai medici di fare come più gli piace, senza grossi problemi.

La fiducia che la gente ha in loro, infatti, è “scontata” ed è “supportata” dal potere pubblico...
Io ritengo : - che la relazione di cura sia incompatibile con l’esercizio di un potere (da parte del medico o del paziente) e - che il potere sia assolutamente in antitesi alla natura stessa della relazione cura. (Questa è un’affermazione che faccio in maniera “intuitiva”, ma andrebbe sostenuta da prove scientifiche - che vengano da psicologia, sociologia, antropologia o altre scienze umane-).
Detto questo : questo, sono molti i medici che hanno abbracciato la professione perché esercitare un potere li interessava almeno quanto curare (e una spia di questo è -in genere- la frenesia che dimostrano nel salire i gradini della gerarchia professionale).

Il medico e il suo status.

Il vantaggio che i medici cercano non è necessariamente l’esercizio di un potere sui pazienti, ma piuttosto un miglioramento nel loro status. Intendo dire che in un certo numero di occasioni medici utilizzano i pazienti come fossero un “marciapiede”. Questo atteggiamento non è solo contrario alla morale, ma anche all’etica della relazione di cura.
Un “buon” medico, in genere, lo si riconosce per la sua competenza. Questa, a sua volta, ha un corrispettivo nel numero e nella qualità -nel senso “borghese” del termine- dei suoi pazienti. Da questo deriva che i medici di ministri e VIP sono chiaramente grandi scienziati, mentre quelli che si occupano dei poveri e dei più sfortunati no : per ragioni ancora da analizzare le competenze mediche sembrano passare in secondo piano di fronte ad una tale abnegazione. È ingiusto e meschino... ma è così. La maggioranza dei medici, in ogni caso, cerca di avere a che fare e aumentare una clientela "pagante" e che possa aumentare gli introiti, piuttosto che estendere le proprie cure ai meno abbienti.
È comprensibile. Una sala d’attesa che straripa non è però sempre un segno di “valore” : si pensi al medico che esercita da solo e lontano da altri medici (come nel caso delle campagne francesi, ormai “disertate” dai medici).

Certi medici, ancora, traggono vantaggio dalla “mediatizzazione” (e a volte vi ricorrono apertamente) per migliorare il loro status sociale.

Non si contano neanche i medici che hanno raggiunto una certa celebrità scrivendo uno o più libri (spesso saggi o ricordi). In Francia negli anni ‘70 ed ‘80 sono stati pubblicati molti libri in cui i medici si raccontavano (penso a Léon Schwartzenberg, Alexandre Minkovsky, Frédérick Leboyer, Jean-Paul Escande, dei quali potete trovare le biografie su wikipedia ; ma penso anche a Jean-Christophe Rufin, che mi sembra incarni la stessa figura di medico-mediatizzato degli altri quattro -però nel 21esimo secolo- ; per quanto riguarda l’Italia basti pensare a Gino Strada, a Umberto Veronesi o a Vittorino Andreoli, N.d.T.). In questi libri, in cui hanno espresso la loro visione del mondo, hanno spesso descritto le storie di pazienti in carne ed ossa. In altri casi hanno scritto romanzi dal successo non meno folgorante... e so bene di cosa sto parlando ! La cosa difficile è capire -ed è valido anche per i romanzi- se il successo di pubblico sia dovuto alla scrittura (cioè le qualità letterarie del libro) o al suo contenuto (ovvero la relazione di cura).
L’effetto del successo di pubblico sullo status del medico dipende essenzialmente da chi era prima. Se il medico, ad esempio, è uno specialista nel suo campo, o lavora in un ospedale, o è di Parigi, o ha fatto la resistenza oppure è co-fondatore di una ONG rinomata può accadere che gli si chieda di “buttarsi” in politica, magari come ministro o ambasciatore -anche solo per un po’ di tempo-.

È poco probabile che questo accada a un medico di provincia a favore di una medicina "diversa" (Jean Carpentier), a un romanziere che esercita nei quartieri di periferia (Christian Lehmann), o ancora a un saggista che vive in una città di provincia (Luc Perino).

Essere medico e aver successo in libreria non assicurano uno status sociale altro... e non sono nemmeno i fattori più determinanti per ottenerlo !

In ogni caso, che si tratti di saggio, biografia o romanzo, c’è una domanda che resta in sospeso -ed abbiamo tutto il diritto di farcela- : quanto è giusto che il medico-scrittore riporti utilizzi degli aneddoti (reali o modificati) in cui ci sono dei medici -che potrebbero essere loro- e dei pazienti che hanno realmente visto ? Il medico lo fa per portare una testimonianza o solo per mettersi in luce ? E ancora : in che maniera l’utilizzo di queste storie può “influenzare” la sua immagine pubblica ? (e magari anche di quei lettori che andranno dal medico-scrittore come pazienti ?).

Attenzione : non credo proprio che si debba impedire ai medici di scrivere o di utilizzare le loro esperienze quando scrivono. Di cosa potrebbero parlare, se non della cosa che conoscono meglio ? Quello che voglio dire è che sono domande lecite. Domande che mi faccio anch’io da quando ho scritto il mio primo romanzo “La Vacation” (inedito in Italia, N.d.T.) che attingeva molto dalla mia esperienza di medico che praticava degli aborti. Non c’era forse una certa indecenza ad approfittare della sofferenza alla quale avevo assistito pretendendo di scriverne ?

Di questi tempi mi sembra che la domanda si ponga con urgenza anche maggiore, dal momento che i media (e in particolare la televisione) sono “golosi” di storie reali, vissute, e possibilmente “piccanti”. Molti medici peraltro hanno davvero costruito la loro immagine pubblica/mediatica partecipando a trasmissioni come “esperti” col compito di commentare storie di malattie, dipendenze o altre esperienze difficili.

Anche in questo caso è difficile dare un giudizio generale su tutte le trasmissioni di questo tipo. I medici hanno l’obbligo etico di condividere quel che sanno e di spiegarlo in maniera comprensibile, e non si deve rimproverarli se lo fanno attraverso i mass-media. Bisogna però chiedersi come lo fanno, a quale titolo e per quale beneficio personale nell’immediato o dilazionato. Tutti gli specialisti di una patologia “mediatica” -specialmente se è molto grave- attirano dopo un passaggio in televisione una raffica di telefonate, e-mail e lettere dalla parte di potenziali pazienti. È inevitabile e comprensibile. Quando però si tratta di un chirurgo estetico, di uno specialista nel dimagrimento, o di un neurologo “molto vicino” alle fasi che precedono la commercializzazione di un farmaco destinato ai malati di Alzheimer, tutto diventa più problematico.


Un altro esempio molto frequente è quello del medico che si “butta” in politica. Ci sono molti medici fra i politici comunali o i deputati. Il fatto di essere medico influisce inevitabilmente sulla decisione di voto (soprattutto nelle piccole città dove una gran parte della popolazione può far parte della sua clientela...).

Chi vota non sempre conosce personalmente il candidato, ma lo sceglie in base alla sua reputazione, alle dichiarazioni che fa, alla sua storia. Insomma indirettamente. Un oncologo molto conosciuto, autore di best-sellers e noto per essere sempre stato dalla parte dei pazienti, ha più possibilità di diventare un rappresentante del popolo (anche se si tratta di un’esperienza per lui nuova), rispetto ad un altro candidato senza esperienza politica.

Mi sembra assolutamente contrario all’etico che un medico si presenti per un ruolo in politica. Tanto per iniziare la sua figura professionale è fonte di confusione : dal momento che si tratta di un medico i pazienti potrebbero anche pensare che si “butti” in politica “per il bene dei cittadini” (rigettando l’idea, almeno la prima volta, che magari lo faccia per ambizione personale). In secondo luogo un medico non può -senza conflitto di interessi e senza interrogativi morali- trovarsi una volta dalla parte del cittadino che cura e una volta dalla parte di chi fa le leggi, vota i budget (in particolare quelli dell’ospedale...) e fa scelte di orientamento politico (ad esempio in materia di politica della salute).

Storia vera : Un membro del consiglio municipale di un minuscolo comune va dall’unico medico del villaggio (di cui è paziente) e gli chiede di presentarsi al suo fianco nella lista delle prossime elezioni. Il medico rifiuta. Il politico gli chiede se il rifiuto dipende dal credo politico del medico. Il medico risponde di no e che se potesse votare nel comune voterebbe per la lista politica del suo interlocutore (in ogni vaso non può farlo, perché non ha il domicilio... ma può -paradossalmente- presentarsi alle elezioni, dal momento che lavora in quel comune...) Il politico non capisce. Il medico allora gli spiega : « Ammettiamo che io venga eletto. Fra gli altri membri del consiglio municipale ci sarebbero sicuramente dei miei pazienti. Cosa accadrebbe se un voto “spaccasse” il coniglio municipale ? Il rapporto di fiducia che ho con i miei pazienti non entrerebbe davvero mai in gioco ? Cosa potrebbe significare per i politici-pazienti sentirmi dare un giudizio differente dal loro ? In che maniera la relazione di cura influenzerebbe le loro opinioni ? In che maniera opinioni differenti influirebbero sulla relazione di cura ? I pazienti che vengono da me per parlarmi di problemi connessi alla politica locale -ad esempio di finanziamenti alla casa di riposo- chi verrebbero davvero a cercare ? Il medico o il politico ? Non lo so. In ogni caso non voglio far casino nelle mie idee, nelle loro, o nella relazione di cura. Ecco, io non mi presenterò. »

Il politico lascia il medico molto arrabbiato. Qualche mese dopo ritorna per parlargli di un problema personale. Dopo qualche visita, il politico dice al medico : : « Sono contento che non si sia presentato alle elezioni, dottore. Non avrei mai potuto confidarvi il mio problema al mattino sapendo che la sera sarebbe stato seduto dall’altro lato del tavolo del consiglio municipale. Avrei passato il tempo a chiedermi se non stesse pensando a quello che le avevo detto durante la visita »
Il problema dello status del medico, e del potere ad esso connesso, è complesso : la gente si aspetta dal medico che metta la sua autorità al loro servizio : è naturale, dunque, che eleggano dei medici (o che ne sollecitino la candidatura).

Proprio per questo motivo io credo che i medici non dovrebbero essere autorizzati a presentarsi per una carica politica... o almeno non più di quanto lo siano giudici o uomini di polizia in carica. Il voto di non eleggibilità dei medici incontra molto spesso l’incredulità : questo mi fa pensare che questo argomento non sia stato fin qui oggetto di una riflessione o di un dibattito generale...


Dalla manipolazione individuale alla manipolazione collettiva

C’è manipolazione (cosciente e calcolata) ogni volta che un medico fa leva in maniera sistematica su debolezze, sentimenti o incertezze dei pazienti per far loro cambiare idea. Come scritto nell’articolo precedente può far leva sulla piaggeria (« Sapete a che punto ammiro il vostro coraggio, signore... »), la minaccia velata (« Questa decisione vi fa correre un rischio ben superiore all’altro... »), l’eccesso d’empatia (« Capisco bene la vostra inquietudine, ed è per questo che vi raccomando... »), la menzogna spudorata (« Questo nuovo farmaco ha mostrato la sua superiorità ») o il ricatto (« Se non fate questo, io non vi curo più »).

I medici non sono gli unici a far uso di queste manovre ; sono altrettanto utilizzate dalle istituzioni. Pensate alla problematica -frequente- dei vaccini...

Tanto per cominciare apro una parentesi per precisare che io credo -come molti medici- che certe vaccinazioni abbiano cambiato la vita dell’umanità (a cominciare dal “vaccino” propriamente detto, ovvero quello contro il vaiolo vaccino : l’immunizzazione naturale incoraggiata da Jenner alla fine del 18esimo -ben prima della scoperta di Pasteur sull’origine infettiva di molte malattie-).

Non sono contrario al principio della vaccinazione : ha mostrato la sua efficacia e la sua utilità contro molte malattie. Non credo però che TUTTE le vaccinazioni siano giustificate, e neppure che TUTTI i vaccini siano utili. Peraltro credo che fra i vaccini sviluppati negli ultimi vent’anni ce ne siano stati più di superflui che di utili.
Insomma : sull’argomento vaccini la penso come la maggior parte dei medici coscienti dei propri valori e critici nei confronti dell’offerta. Chiusa la parentesi.

Tutti i medici finiscono per incontrare dei pazienti che rifiutano una vaccinazione (per loro stessi o i loro figli). Allo stesso modo, tutti i medici si ritrovano a proporre una vaccinazione nuova ad alcuni pazienti. Queste sono situazioni “rivelatrici” per quel che riguarda i rapporti di forza fra medici e pazienti ed i tentativi di manipolazione che si possono verificare.

Il medico che consultando la cartella clinica scopre che un bambino ha saltato una o più vaccinazioni ha il diritto di esprimere la sua preoccupazione (se si tratta di una vaccinazione utile, ad es. tetano, poliomielite e difterite : tutte malattie frequenti, imprevedibili, invalidanti o potenzialmente mortali nonostante le terapie disponibili). Questo però non deve far di lui un giudice o un funzionario di polizia che “preme” sui genitori per far loro cambiare idea. Il medico -poi- non deve neppure “lavorare” a favore dell’industria per promuovere vaccini o altre terapie senza base scientifica.

Il problema della manipolazione medica su larga scala in tema di vaccinazioni si è presentata di recente in almeno due occasioni : -durante l’epidemia d’influenza A/H1N1 di fine 2009, e - in maniera regolare dal 2006 durante le campagne che “invitano” le ragazze a vaccinarsi contro alcuni tipi di HPV (Human Papilloma Virus, il Virus del Papilloma Umano ; incriminato come responsabile dello sviluppo del cancro del collo dell’utero).

Queste due situazioni illustrano in maniera spettacolare le manovre di manipolazione fatte sulla popolazione da parte delle industrie e delle autorità sanitarie. Non voglio ripetere le critiche che questi vaccini meritano (ne parlo già altrove sul sito). Quello che mi piacerebbe sottolineare è il tipo di pressione morale esercitato sulle persone per spingerle a vaccinarsi (nel caso dell’A/H1N1), o a far vaccinare le loro figlie (nel caso dell’HPV).

I metodi usati sono comunque gli stessi :

- il terrorismo : « l’influenza ucciderà milioni di persone » ; « Il cancro del collo dell’utero minaccia tutte le donne »

- il senso di colpa : « Se non vi vaccinate contro l’influenza, rischiate di attaccarla ai vostri bambini » ; « Non proteggere le proprie figlie è un gesto egoista e criminale »

- l’informazione parziale o falsa. Ad esempio : - non dire che l’epidemia di influenza A/H1N1 nell’emisfero sud mostrava una certa benignità ; - non insistere sul fatto che la prevenzione del cancro del collo dell’uterno (per tutte le donne, vaccinate o no) per prima cosa si basa sul test di screening mediante raschiamento e Pap-Test

- il ricorso sistematico ad argomenti "emotivi" in “risposta” a critiche con una base scientifica (« Quanti morti ci vorranno per convincere la gente a farsi vaccinare ? » « Come potete anche solo tirar fuori il discorso della giustizia nella ripartizione delle risorse, quando si tratta della sofferenza di donne malate di cancro ? »)

- la stigmatizzazione dei discorsi critici ed il rifiuto del dibattito.

Mi sembra chiaro che i metodi “di convincimento” di medici ed istituzioni si assomigliano. I meccanismi alla base sono gli stessi ed agiscono sugli stessi punti dolenti... così da riuscire a convincere la gente ad agire contro la propria volontà o il loro giudizio.

P.S. del 6.09.11.

Questa mattina leggo sul "New York Times" la storia di Shelley Berkley (D.), una rappresentate del congresso americano. È una storia interessante... Ha fatto parte di una lobby contro la chiusura di un centro di trapianti renali del Nevada (che rappresenta). Sembra una cosa giusta... finché non ci si rende conto che i suoi sforzi si sono tradotti nel arricchimento -peraltro considerevole- di suo marito, medico in quel centro e direttore di diversi centri di dialisi renale... L’articolo (che potete leggere qui) fa ben capire a che punto questo conflitto di interessi abbia shockato i membri della Camera dei Rappresentanti (peraltro ben abituati alle lobby). Certo, non si può certo impedire che un medico inciti i propri parenti (se fanno politica) a "lottare" perchè i servizi in campo sanitario più accessibili. In questo caso, però, l’influenza (rivendicata) del marito medico sulle scelte politiche della moglie e sul suo impegno nella campagna pone comunque qualche problema, dal momento che si traduce in diversi milioni di dollari di profitto personale...

Martin Winckler (Dr Marc Zaffran), tradotto da Matteo Coen

Prossimo episodio : I medici che sperimentano sui loro pazienti.

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